Il cristiano non teme la morte, ma la vive come passaggio. Tuttavia, non tutto ciò che la legge civile consente è conforme alla fede. Tra queste scelte c’è la cremazione, che la Chiesa tollera ma non propone, ammette ma sconsiglia, regola ma non approva come atto di fede.

La sepoltura del corpo resta la via più conforme al Vangelo, perché esprime visibilmente la speranza nella risurrezione e custodisce la dignità del corpo, che non è scarto biologico ma parte della persona redenta.

L’istruzione Ad resurgendum cum Christo (2016) spiega che la sepoltura è “la forma più idonea per esprimere la fede e la speranza nella risurrezione”.

Il corpo, tempio dello Spirito Santo, è segno sacramentale: attraverso di esso l’uomo è stato salvato, battezzato, nutrito, perdonato.

La tomba non è un archivio della memoria, ma un altare della speranza, dove la Chiesa accompagna i suoi figli con la preghiera.

Il cristiano non consegna la propria carne al fuoco, ma alla terra, come seme che attende la vita eterna. “Si semina nella corruzione, si risorge nell’incorruttibilità” (1 Cor 15,42). È la fede della Chiesa fin dalle origini, manifestata nella sepoltura dei martiri e nella venerazione delle reliquie.

La cremazione, anche quando non esprime un rifiuto diretto della fede, indebolisce il linguaggio del corpo.

Laddove la sepoltura annuncia la risurrezione, la cremazione rischia di ridurre la morte a gesto amministrativo. Per questo la Chiesa, pur permettendola, invita con forza a preferire la sepoltura: non è questione di estetica o di abitudine, ma di teologia incarnata.

Essa è lecita solo quando non nasce da motivi contrari alla fede: non per negare la risurrezione, non per disprezzo del corpo, non per rifiuto della tradizione cristiana. In casi di necessità (motivi sanitari, guerra, calamità, difficoltà economiche reali) può essere scelta con spirito di obbedienza e fede, a condizione che le ceneri siano deposte in un luogo sacro, non disperse, non divise, non custodite in casa.

Ma la libertà cristiana non è mai indifferente. Quando un fedele sceglie la cremazione per comodità, per moda o per risparmio, diventa partecipe di una prassi che impoverisce la fede. Anche senza volerlo, contribuisce a cambiare il linguaggio con cui la Chiesa parla della morte e della vita eterna.

È così che, lentamente, la prassi modifica la percezione: ciò che ieri era tollerato per necessità, oggi diventa consuetudine; e ciò che diventa consuetudine finisce per sembrare verità. È lo stesso meccanismo con cui la fede si diluisce, non per eresia dottrinale, ma per abitudine pastorale.

Chi accetta la cremazione come gesto “normale” insegna, di fatto, che il corpo non ha più valore, che la morte è solo dissoluzione, che la risurrezione è un simbolo. E questo è un atto di responsabilità personale, non una scelta neutra.

La diffusione della cremazione non nasce da motivi igienici o pietosi, ma da un progetto culturale preciso.

Nell’Ottocento, in pieno clima positivista, furono i circoli massonici e anticlericali a promuoverla come segno di emancipazione dall’influenza della Chiesa. Bruciare il corpo significava liberarsi dalla “superstizione” cristiana della risurrezione e del giudizio.

Rendere abituale un atto nato per negare la fede è un inganno sottile: normalizzare ciò che nacque come ribellione.

Quando la Chiesa, con discernimento pastorale, ne ha concesso l’uso, lo ha fatto per limitare il male, non per cambiare la dottrina. Ma oggi quella concessione rischia di diventare una resa culturale: molti cattolici si fanno cremare con leggerezza, inconsapevoli del significato profondo del gesto.

L’intento originario della cremazione, distruggere il linguaggio della speranza, è stato raggiunto proprio attraverso la consuetudine.

L’abitudine ha sostituito la fede.

Le tombe si svuotano, e insieme si svuotano le chiese.

L’uomo moderno, che non sa più che farsene dell’eternità, si riduce in cenere con efficienza e senza preghiera.

Dio non ha solo dato un’anima: ha creato l’uomo corpo e spirito, uniti in un’unica persona. In Cristo, la carne è diventata luogo della salvezza. Ridurre volontariamente quel corpo a cenere significa negare, almeno nel segno, la verità dell’Incarnazione. È come dire a Dio che il suo dono non conta più.

Chi distrugge il corpo volontariamente, non per necessità ma per indifferenza, oscura la visione cristiana della vita: la vita non finisce nella polvere, ma inizia nella gloria.

Se l’uomo decide di gestire da sé la propria fine, sottraendola al linguaggio della fede, si allontana dal Creatore che gli ha dato forma e dignità.

Per questo la cremazione, pur tollerata, offende il disegno di Dio sulla carne umana, che non è destinata alla dispersione ma alla trasfigurazione.

“Dalla polvere sei tratto” non significa “alla polvere tornerai per annullarti”, ma “alla polvere tornerai per essere risorto”.

Scegliere la sepoltura non è sentimentalismo, è atto di fede. È dire con la propria morte ciò che si è creduto in vita: che la carne è chiamata alla gloria, che Cristo ha vinto la morte, che l’uomo risorgerà nel suo corpo.

La tomba cristiana, anche la più umile, diventa un segno profetico nel mondo del disincanto: è una predica silenziosa che dice “Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.”

OPPORSI ALLA CREMAZIONE NON SIGNIFICA GIUDICARE, MA EDUCARE LA SPERANZA.

In un tempo che svuota i segni, è urgente restituire senso ai gesti. Finché ci saranno cristiani che sceglieranno la terra invece del fuoco, il mondo saprà che la vita non si spegne, ma germoglia. Perché il cristiano non si consegna al nulla, si affida a Dio. E il suo corpo, deposto nella terra, resta promessa di eternità.


di Nunzio Currao

Cremazione: la libertà che svuota la speranza
NECESSITA’ DI RESISTERE E PERCHE’ LA CHIESA LO PERMETTE E LA SCONSIGLIA.