Cristo benedicente tra i santi Giovanni evangelista e Giovanni Battista

La Beata Vergine Maria col Bambino

Maria Immacolata

San Giuseppe

S. Giovanni apostolo ev.

San Giovanni Battista

(soffitto della chiesa)

San Giovanni apostolo ed evangelista, nella gloria

 (parete di ingresso della chiesa)

Mosè fà scaturire l’acqua dalla roccia nel deserto   

Sant’Agostino

Soffitto della chiesa di Sant’Agostino: l’immagine di S. Agostino che porta in mano un cuore fiammeggiante o trafitto da frecce ricorda il passo delle Confessioni dove egli, rivolgendosi a Gesù, dichiara: «Ci avevi trafitto il nostro cuore con il tuo amore».

dal sito internet: www.santogiorno.it/agostino

S. Possidio:  “pregate insieme con me e per me affinché, dopo esser vissuto, per dono di Dio, in dolce familiarità con quell’uomo per quasi 40 anni senza alcun contrasto, possa emularlo e imitarlo in questa vita, e in quella futura godere insieme con lui delle promesse di Dio onnipotente”.

S. Agostino, giovane  (affresco nel campanile)

trittico con S. Giovanni apostolo, la Beata Vergine, S. Agostino (affresco riportato in chiesa)

San Tommaso di Villanova

Nel dipinto, opera di M. Franceschini da Bologna (1648-1729) è raffigurato il santo vescovo mentre distribuisce l’elemosina ai poveri, gesto che faceva abitualmente.

San Tommaso di Villanova

Nacque a Fuenllana, Ciudad Real (Spagna) da genitori religiosi e caritatevoli dai quali ereditò uno sviscerato amore per i poveri. Laureato in filosofia entrò nella Comunità agostiniana. Ordinato sacerdote, fu nominato predicatore e, contro la sua volontà, fu superiore di comunità per tutta la vita. Eletto arcivescovo di Valencia diede al proprio Ordine una dimensione vasta, inviando missionari anche in Perù. Ispirandosi agli insegnamenti del Buon pastore, di san Paolo, e dei grandi vescovi, non volle abbandonare la sua diocesi neppure per il Concilio di Trento. Chiamato il San Bernardo spagnolo per la sua profondità teologica sulla Vergine, soccorse i bisognosi (creò perfino un brefotrofio nel palazzo vescovile), si occupò della gioventù, difese la diocesi dalla minaccia musulmana e fondò il Collegio seminario della Presentazione. Fu il più grande predicatore del suo tempo ma, più che con le parole, egli convinse con l’esempio della sua vita. Fu dichiarato beato nel 1618 e Alessandro VII lo canonizzò nel 1658. I suoi resti sono esposti nella cattedrale di Valencia. (da: Avvenire)

Approfondimenti

Santa Marina

La scritta sul paliotto dell’altare dice: HIC IACET CORPUS S. MARINAE

Di quale S. Marina si tratta?

Per alcuni si tratterebbe di una certa S. MARINA (MARINO), monaca, il cui corpo è custodito nella chiesa di Santa Maria Formosa a Venezia, della quale città è anche compatrona. 

altre: S. Marina

Attualmente sepolta presso il Monastero di S. Ponziano alla periferia di Spoleto, la SANTA MARINA più corrispondente al contesto agostiniano della nostra chiesa, pur avendo solo il titolo di BEATA, potrebbe essere…

BEATA MARINA DI SPOLETO, agostiniana

Nata a Spoleto, poco prima della metà del sec. XIII, Vallarina Petruccini entrò giovanissima, attorno ai quindici anni di età, nel monastero delle Canonichesse Regolari di Sant’Agostino detto di s. Maria della Stella con il nome di Marina. Qui rimase per qualche anno, poi assieme ad alcune consorelle si staccò dal suo monastero e andò ad assistere e coadiuvare le monache clarisse nell’Ospedale San Matteo, sempre a Spoleto. Nel 1265 fondò una comunità di preghiera monastica, sempre basata sulla propria regola agostiniana, alla quale si affiancarono ben presto un monastero, una chiesa e delle case che formarono il nucleo storico di Spoleto chiamato Borgaccio. Vi restò, per trent’anni, fino alla morte, ammirata per la sua carità verso i malati, conducendo una vita tutta dedita alla preghiera e alla penitenza, mirabile esempio per tutta la comunità. Morì il 18 giugno di un anno intorno al 1300; il suo corpo rimase incorrotto e le ricognizioni e traslazioni avvennero nel 1471, 1548 e nel 1639, non ebbe tuttavia un culto ufficiale.

San Nicola da Tolentino

È raffigurato con l’abito nero degli Eremitani di Sant’Agostino, con una stella sopra di lui o un sole sul petto, e in mano un giglio o una croce con ghirlande di gigli. Talvolta, al posto di un giglio, tiene una sacca riempita di denaro o pane.

San Nicola da Tolentino

Nacque nel 1245 a Sant’Angelo in Pontano, nella diocesi di Macerata. I suoi genitori Compagnone de Guarutti e Amata de Guidiani, erano gente pia.

La sua vita narra come i suoi genitori, ormai anziani, si fossero recati a Bari su consiglio di un angelo in pellegrinaggio sulla tomba di san Nicola di Mira, per avere la grazia di un figlio. Ritornati a Sant’Angelo la grazia fu esaudita e chiamarono il figlio con il nome del santo. 

Il giovane Nicola entrò nell’Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino. Si distinse a tal punto nei suoi studi che, prima che essi fossero compiuti, venne fatto canonico della chiesa di San Salvatore. Ascoltando una predica di un eremita agostiniano sulla frase: “Non amate il mondo, né le cose che sono del mondo, perché il mondo passa e passa la sua concupiscenza”, avvertì la chiamata alla vita religiosa. Implorò allora l’eremita di ammetterlo nel proprio ordine, e i suoi genitori acconsentirono con gioia. Già prima della sua ordinazione venne mandato in diversi monasteri dell’ordine e i biografi mettono in evidenza che fu un modello di generoso impegno verso la perfezione. Fece i voti solenni a meno di diciannove anni. Nel 1269 fu ordinato sacerdote. 

Dopo la sua ordinazione, predicò soprattutto a Tolentino, dove fu trasferito intorno al 1275 e dove visse fino alla sua morte nel 1305. 
Trascorse gli ultimi 30 anni della sua vita, predicando quasi ogni giorno.

Sebbene negli ultimi anni la malattia mise alla prova la sua sopportazione, continuò le sue mortificazioni quasi fino alla fine. I devoti ne ricordano la mitezza, l’ingenua semplicità e la dedizione per la verginità, che non tradì mai, custodendola con la preghiera e la mortificazione.


scritta dal contemporaneo Pietro da Monterubbiano O.S.A. (Ordine di Sant’Agostino) e presumibilmente conclusa nel 1326

dipinto sul soffitto della chiesa

San Nicola da Tolentino, in gloria

in chiesa, sopra la bussola laterale

libera anime del Purgatorio
(con S. Monica)

San Giovanni Nepomuceno

San Giovanni Nepomuceno è spesso rappresentato con l’abito dei canonici (veste talare, cotta, almuzia e berretta), la palma del martirio e, talvolta, il crocifisso; porta un’aureola con cinque stelle in ricordo di quelle che, secondo la leggenda, apparvero quando venne gettato nella Moldava.

San Giovanni Nepomuceno

Nacque nel 1330 a Nepomuk, in Boemia. Cominciò gli studi ecclesiastici nella città di Praga e fu consacrato sacerdote dall’arcivescovo di quella città.
Appena ordinato, si diede con zelo alla sacra predicazione, e il re Venceslao lo volle come predicatore di corte.
La moglie di Venceslao, la piissima Giovanna di Baviera, conosciutolo, lo elesse per suo confessore e direttore di spirito. La buona regina era a tutti esempio di grande virtù, però il re, corrotto, sospettava che Giovanna gli fosse infedele e la tormentava spesso per conoscere ciò che esisteva solo nella sua mente. Riuscendo naturalmente infruttuose tutte le sue investigazioni, e non essendo ancora convinto dell’innocenza della consorte, deliberò di interrogare il suo confessore e farsi rivelare da lui, o per amore o per forza, quanto la regina gli diceva in confessionale.
Chiamato a sé Giovanni, lo interrogò in belle maniere e con promesse di onori gli intimò di parlare.
Il Santo rabbrividì alla proposta e rispose con coraggio che in quella richiesta non poteva assolutamente obbedirlo. Dopo essere stato minacciato della prigionia, e anche di peggio, fu richiamato dopo qualche giorno a svelare quanto gli era stato ordinato. Ma Giovanni si mostrò inflessibile. All’ennesimo fermo rifiuto il re ordinò ai suoi sgherri di gettarlo nel fiume Moldava che passa per Praga. Di notte, perché non vi fosse il pericolo di una sommossa del popolo.
Giovanni venne condotto sul ponte della città e, tra il sesto e il settimo pilastro (dove ancora una croce ricorda il delitto), venne gettato nella corrente. Era l’anno 1383.
Il mattino seguente però sulle sponde del fiume galleggiava un cadavere circondato da una luce misteriosa. Fu tratta alla riva e si riconobbe Giovanni. Tutta la città fu sottosopra appena chiarito il mistero e conosciuto l’autore del misfatto.

San Giovanni da San Facondo

Pozo Amarillo, era un pozzo nel quale ai tempi del santo cadde un fanciullo. Il pozzo era profondo ma Juan vi gettò la sua cintura: l’acqua salì fino a permettere al piccolo di aggrapparsi ad essa e salvarsi.

San Giovanni da San Facondo

Giovanni nacque da una nobile famiglia di Sahagun, nella regione di Leon, in Spagna, verso il 1430. Per la sua indole profondamente religiosa, passò al servizio dell’ottimo vescovo di Burgos, Alfonso di Cartagena, che lo ordinò sacerdote.
Insoddisfatto della vita di curia e neanche allettato dalla promessa di un canonicato, lasciò Burgos e si trasferì a Salamanca dove si dedicò con impegno allo studio e alla predicazione.
Affascinato dalla fama che godeva la comunità agostiniana di quella città, entrò nell’Ordine agostiniano il 18 giugno 1463 ed emise la professione il 28 agosto 1464 con il nome di Giovanni di San Facondo.
Profondamente umile e sincero, si impegnò instancabilmente nella predicazione e nella promozione della pace e della convivenza sociale, difendendo strenuamente i diritti dei servi e degli operai.
Ebbe una spiccata devozione all’Eucaristia.
Morì a Salamanca l’11 giugno 1479 e i suoi resti mortali si venerano nella Cattedrale di Salamanca.

approfondimenti

San Fulgenzio,
vescovo di Ruspe

San Fulgenzio nacque a Thelepte, oggi Nedinet-el Kedima, Tunisi, verso il 462 dalla famiglia senatoriale dei Gordiani. Da giovane ricoprì l’ufficio di procuratore. Attratto alla vita religiosa, decise di abbracciarla in seguito alla lettura del commento di sant’Agostino al salmo 36. Verso il 499 si mise in viaggio con l’intento di raggiungere i monaci della Tebaide, in Egitto. Ma, arrivato in Sicilia, fu dissuaso da alcuni amici a continuare il viaggio, a causa delle simpatie di quei monaci per l’eresia monofisita. Nel 500 era a Roma; verso il 502 venne eletto vescovo di Ruspe. Dai Vandali fu esiliato due volte in Sardegna, dove istituì dei monasteri.La sua vita monastica si ispira al pensiero e all’esempio di sant’Agostino tanto da essere chiamato «Augustinus breviatus». Per questo motivo fondò molti monasteri sia in patria che in esilio.
Morì a Ruspe il 1° gennaio 527.

San Giovanni Bono,
di Mantova

Giovanni Bono nacque a Mantova nel 1168. Dopo la morte del padre si diede alla vita vagabonda, esercitando l’attività̀ di giullare. Colpito quarantenne da grave malattia, fece voto che, se fosse guarito, avrebbe abbandonato la sua condotta immorale per consacrarsi a Dio. Riacquistata la salute, si ritirò in un eremo presso Cesena, e là condusse una vita austera, caratterizzata da un’intensa preghiera e da una rigorosa penitenza. Ben presto il suo esempio indusse numerosi giovani a farsi suoi discepoli. In ossequio alle decisioni del Concilio Lateranense IV (1215), accolse la regola agostiniana, interpretandola con accentuata sensibilità̀ eremitica e penitenziale. Non sapendo né leggere né scrivere, pregava con i salmi che conosceva a memoria e con orazioni popolari. Sempre intento a promuovere il bene della Chiesa, accolse e rianimò nella fede dubbiosi, scettici, eretici. Morì a Mantova, il 16 ottobre 1249.

San Prospero,
vescovo di Reggio

Un agiografo fantasioso inventò una leggenda su san Prospero narrando che nel V secolo lo scrittore Prospero d’Aquitania, donate le sue ricchezze ai poveri e liberati gli schiavi, si recò in pellegrinaggio a Roma, accolto da papa Leone Magno. Poi Prospero manifestò l’intenzione di recarsi in Calcedonia per combattere un’eresia, ma il pontefice ebbe una visione secondo la quale egli sarebbe dovuto diventare il nuovo vescovo di Reggio. Sicché Prospero partì per la città emiliana dove in quei giorni era morto il vescovo e un sacerdote aveva avuto la visione che stava per giungere da Roma il nuovo pastore. Arrivò a Reggio preceduto dalla sua fama di santità e venne accolto trionfalmente dal clero e dal popolo che lo acclamarono loro vescovo. Così l’agiografo identifica San Prospero  patrono della città di Reggio con il più noto san Prospero di Aquitania, teologo agostiniano, morto nel 463. Da questa contaminazione si diffuse una leggenda dove si attribuivano al vescovo di Reggio gli scritti dell’aquitano e a questi l’episcopato.

Prospero nasce in Aquitania; a Marsiglia diventa un monaco laico e un teologo, che passerà la vita a difendere dall’eresia di Pelagio le opere di Sant’Agostino, che conosce personalmente, concentrandosi sull’universale volontà salvifica di Dio e contro la predestinazione, svolgendo anche a Roma la mansione di cancelliere del papa san Leone Magno. Muore intorno al 455.

San Liberato,
martire

Nel IV secolo, a Gafsa in Tunisia, il monastero dell’abate Liberato con il diacono Bonifacio, i suddiaconi Servio e Rustico, con i monaci Rogato e Settimo e il fanciullo Massimo, rivestì una importanza particolare fra i monasteri africani considerati di ispirazione agostiniana. Erano il frutto del ritorno di Sant’Agostino in Africa nel 387 il quale propagò con ogni mezzo la vita religiosa in tutta l’Africa cristiana, lasciando alla sua morte, avvenuta nel 430, monasteri maschili e femminili, pieni di servi e serve di Dio, con i loro superiori, insieme a biblioteche ben fornite di libri.
Durante le invasioni dell’Africa romana da parte dei Vandali, in seguito all’editto emanato nel 484 dal re ariano Unnerico che ordinava la consegna ai mori dei monasteri con i loro abitanti, i sette religiosi di quel monastero furono incarcerati a Cartagine, nell’odierna Tunisia,  e sottoposti a crudeli torture per aver confessato la fede cattolica e difeso l’unicità del battesimo. Vennero uccisi a colpi di remi sul capo mentre erano inchiodati a legni su cui si era tentato di bruciarli.
Così, offrendo un grande esempio di fede e di unione fraterna, conclusero il corso del loro ammirevole combattimento, ricevendo dal Signore la corona del martirio. 

Sant’Alipio,
vescovo di Tagaste

Alipio nacque a Tagaste da genitori che erano tra i maggiorenti del paese; strinse un’affettuosa ed intima amicizia con sant’Agostino; dopo aver studiato retorica a Cartagine si recò a Roma per studiare diritto e da lì accompagnò Agostino a Milano. L’amicizia con Agostino lo trascinò nel manicheismo e con lui visse il travaglio del ritorno alla fede e insieme con lui ricevette il battesimo il 25 aprile 387. L’anno seguente Alipio tornò in Africa e a Tagaste si ritirò con gli amici a vita cenobitica. Nel 391 seguì Agostino nel monastero d’Ippona, poi viaggiò in Oriente e strinse amicizia con san Girolamo (Ep., XXVIII, 1). Fu caro a Paolino da Nola, che ne ammirava la santità e lo zelo. Eletto vescovo di Tagaste nel 394, quando Agostino era ancora prete, per quasi quarant’anni fu riformatore del clero, maestro di monachismo e difensore della fede contro i donatisti e i pelagiani. Per la causa pelagiana venne più volte in Italia, latore di opere agostiniane al pontefice Bonifacio. Si presume che fosse ad Ippona per la morte di Agostino, e che sia morto nello stesso anno 430.

Sant’Antonino,
di Apamea

Antonino, martire del I secolo, originario di Aribazos in Siria, secondo la tradizione faceva lo scalpellino di professione. Passando un giorno nella città di Apamea, rimproverò i pagani che adoravano i loro idoli. Trascorse poi due anni presso un eremita di nome Teotimo. Ritornato in seguito ad Apamea, contro il consiglio dell’eremita, e scoprendo che il popolo ancora adorava gli stessi idoli, si recò subito al tempio e distrusse le immagini degli dei. Il popolo infuriato lo cacciò dalla città. Pensando di sostenerlo, il vescovo della città gli chiese di costruire una chiesa, e ciò fece infuriare gli abitanti non cristiani da farli rivoltare contro Antonino, che non fece in tempo a realizzare l’opera perché fu assalito dai pagani offesi dalla sua sfuriata e fu ucciso. Aveva solo vent’anni.

Nel VII secolo le reliquie del martire sarebbero state portate in Francia a Pamiers e a Palencia in Spagna. Gli abitanti di Pamiers, perduta la memoria della traslazione da Apamea, videro in Antonino un santo locale, discendente di re dei Goti, diventato prete, che evangelizzò Tolosa ed altre città e ritornato a Pamiers fu ucciso dai concittadini; questa credenza ha fatto sì che il martire venga chiamato anche s. Antonino di Pamiers.

San Guglielmo,
duca d’Aquitania

San Guglielmo di Malavalle e San Guglielmo d’Aquitania, vissuti a tre secoli di distanza, entrambi di origine francese, vengono spesso confusi in un unico personaggio. Guglielmo sarebbe stato un cavaliere francese, appartenente alla famiglia ducale d’Aquitania che, avendo condotto una vita dissoluta e sregolata, venne scomunicato intorno all’anno 1140 dal Papa Eugenio III. Non soddisfatto della penitenza richiestagli dal Papa, Guglielmo avrebbe trascorso i successivi otto anni compiendo diversi pellegrinaggi. Stabilitosi quindi in Toscana nel 1153, tentò di condurvi una vita eremitica. La leggenda racconta che, scelto un androne, Guglielmo vi trovò dentro un drago che terrorizzava tutti gli abitanti del luogo. Così il santo, fattosi il segno della croce, lo sfidò, uccidendolo con un semplice tocco di bastone. La sua fama di santità gli attirava continuamente nuovi discepoli, ma non sopportando la rilassatezza dei loro costumi, fuggì da loro. Trovò rifugio in una landa desolata vicino a Siena, una remota e solitaria vallata, chiamata “Malavalle”. Visse da solo cibandosi di radici ed erbe per un anno, quando si unì a lui un discepolo di nome Alberto, che trascrisse gli insegnamenti e fissò la Regola Guglielmita approvata dal papa Innocenzo III. La comunità cresceva e i suoi membri presero il nome di guglielmiti, o eremiti di S. Guglielmo. Successivamente in molti si unirono ai frati eremiti di S. Agostino.

San Possidio,
vescovo di Calama

Possidio deve la sua fama al fatto di essere stato il biografo del grande Sant’Agostino d’Ippona del quale fu amico e compagno per gran parte della sua vita. Nel 397 fu nominato vescovo di Calama, città della Numidia (Nord Africa). Tutto ciò che si sa della sua vita precedente è la nascita nell’Africa proconsolare e il discepolato presso Agostino a Ippona, nel monastero che questi aveva fondato. Come vescovo di Calama, fu, insieme con Alipio e altri, uno dei collaboratori più fidati e capaci di Agostino, sì che lo troviamo di frequente partecipe degli avvenimenti che contraddistinsero le controversie con i donatisti e con i pelagiani. Come vescovo dovette governare una diocesi molto travagliata dal donatismo, lo scisma che durò un centinaio di anni, i cui sostenitori più estremisti attentarono perfino, senza riuscirvi, alla vita di Possidio, il quale si vide riconosciuta la propria importanza come oppositore dello scisma da papa Innocenzo I (sinodo di Milevi del 416). Quando i vandali conquistarono la Mauritania, la Numidia e l’Africa proconsolare, dopo la distruzione di Calama, Possidio trovò rifugio per qualche anno ad Ippona finchè il re ariano Genserico riuscì a mandarlo in esilio insieme con altri. Possidio era ancora vivo nel 437, data in cui scrisse la Vita Augustini; morì non molto dopo, forse a Mirandola, in provincia di Modena.

beato Alberto Marvelli

Alberto Marvelli nasce a Ferrara il 21 Marzo 1918 e muore a Rimini il 5 Ottobre 1946, a soli 28 anni, in un incidente stradale. Nella Rimini martoriata e distrutta dai bombardamenti e nel primo dopoguerra fu figura di grande rilievo, non solo per l’integrità di vita, ma anche per l’impegno sociale e politico.
Visse da protagonista i grandi avvenimenti storici dell’epoca. 
Alberto è stato un giovane, amico dei giovani, innamorato della vita, degli uomini, di Dio. Sempre presente fra i ragazzi, i poveri e i sofferenti. Altruista negli oratori, intrepido nello sport, impegnato nella scuola.
Il suo battagliero impegno in politica, lo intendeva come servizio. Il suo prezioso Diario è per noi una limpida testimonianza della sua vita interiore, del suo profondo rapporto con Dio, del suo programma di vita. Il 5 Ottobre 1974 la sua salma è stata traslata nella Chiesa di S. Agostino. Il 22 Marzo 1986 è stato emanato il decreto sull’eroicità delle sue virtù e proclamato venerabile. Il 7 Luglio 2003, avendo la congregazione dei Santi riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione, il Papa ha firmato il decreto di Beatificazione, proclamandolo poi Beato nel 2004 a Loreto. La Chiesa lo propone così come modello di “santità nel quotidiano” per i cristiani del terzo millennio.

Sacro Cuore 
di Gesù

Beata Vergine del Rosario di Pompei

La Vergine in trono con Gesù in braccio. Ai suoi piedi, san Domenico e santa Caterina da Siena. La Vergine porge la corona del Rosario a santa Caterina, mentre Gesù la porge a san Domenico.

Santa Teresa
di Gesù Bambino

Thérèse Martin nasce ad Alençon il 2 gennaio 1873 da una coppia di commercianti in oreficeria, molto credenti. Ultima di otto figli, dopo il progressivo ingresso in Carmelo delle quattro sorelle, entra a sua volta nel Carmelo di Lisieux a soli 15 anni, per uno speciale permesso di papa Leone XIII. Il desiderio della ragazza era “salvare le anime” e soprattutto “pregare in aiuto dei sacerdoti”. Si chiamerà Suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo. Inizia subito a tenere un diario sul quale annota le tappe della sua vita interiore, in particolare l’elaborazione di una originalissima spiritualità, chiamata anche “teologia della piccola via” o dell’infanzia spirituale. Sotto l’apparente romanticismo si nasconde in realtà un cammino duro verso la santità segnato da una forte risposta all’amore di Dio per l’uomo. Non compresa dalle sorelle del Carmelo, Teresa dichiara di aver ricevuto “più spine che rose”, ma accetta con pazienza ingiustizie, come pure dolori e fatiche derivanti dalla malattia, offrendo tutto “per i bisogni della Chiesa”, “per gettare rose su tutti, giusti e peccatori”, lontani, atei e disperati. Per questo sarà dichiarata patrona dei missionari.
Dopo nove anni di vita religiosa, Teresa muore a soli 24 anni, il 30 settembre del 1897, a causa della tubercolosi.

San Pio
da Pietrelcina

Francesco Forgione nasce a Pietrelcina (Benevento) il 25 maggio 1887, Nasce in una famiglia di contadini e fin da bambino è animato dal desiderio di “farsi frate”. A 16 anni entra nel noviziato dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini a Morcone e sceglie di chiamarsi “fra Pio da Pietrelcina”. Nel 1910 riceve l’ordinazione sacerdotale. Nel 1916, dopo che ha trascorso in famiglia i sei anni precedenti per via della salute precaria, viene trasferito a San Giovanni Rotondo, nel convento di Santa Maria delle Grazie. Dedica molte ore della giornata al sacramento della Confessione. Il vertice del suo impegno apostolico è la celebrazione della Santa Messa. Qui, per oltre cinquant’anni, riceve numerose persone. Le autorità ecclesiastiche dispongono numerose ispezioni nei suoi riguardi e gli impongono, tra l’altro, di non celebrare Messa in pubblico per un periodo terminato nel 1933. Padre Pio accoglie queste disposizioni in totale obbedienza, sopportando anche i dolori causati dai segni della Passione, comparsi su di lui in modo visibile dal 1918. La vita di padre Pio è anche il riflesso di un incessante impegno teso ad alleviare dolori e miserie di tante famiglie. Nel 1956 viene inaugurata la “casa Sollievo della Sofferenza”, un polo ospedaliero d’avanguardia. Muore il 23 settembre 1968, a 81 anni. 

San Giovanni Battista, San Girolamo, San Nicola da Tolentino

SAN GIROLAMO, sacerdote e dottore della Chiesa: nato in Dalmazia, nell’odierna Croazia, uomo di grande cultura letteraria, compì a Roma tutti gli studi e qui fu battezzato; rapito poi dal fascino di una vita di contemplazione, abbracciò la vita ascetica e, recatosi in Oriente, fu ordinato sacerdote. Tornato a Roma, divenne segretario di papa Damaso. Di carattere focoso, soprattutto nei suoi scritti, non fu un mistico e provocò consensi o polemiche, fustigando vizi e ipocrisie. Scrittore infaticabile, grande erudito e insigne nel tradurre e spiegare le Sacre Scritture, a lui si deve la Volgata in latino della Bibbia, a cui aggiunse dei commenti, ancora oggi importanti. Fu partecipe in modo mirabile delle varie necessità della Chiesa. Stabilitosi, infine, a Betlemme di Giudea, si ritirò a vita monastica. Giunto infine a un’età avanzata, riposò in pace.

S. Nicola di Mira (o di Bari) e S. Nicola di Tolentino

San Nicola nato tra il 250 e il 260 a Patara, nella Licia, divenne vescovo di Mira in un tempo di persecuzione e dovette affrontare anche la prigionia: si salvò grazie alla libertà di culto concessa dall’Editto di Costantino nel 313. Difensore dell’ortodossia, forse partecipò al Concilio di Nicea nel 325. La tradizione gli attribuisce un’attenzione particolare nei confronti dei bisognosi, come le due giovani ragazze che poterono sposarsi solo grazie al dono da parte del vescovo di una dote. Morto attorno all’anno 335, nel 1087 le sue reliquie arrivarono a Bari.

San Pasquale Baylòn

San Pasquale nacque il 16 maggio 1540, nel giorno di Pentecoste, a Torre Hermosa, in Aragona. Di umili origini, sin da piccolo venne avviato al pascolo delle greggi. Durante il lavoro si isolava spesso per pregare. A 18 anni chiese di essere ammesso nel convento dei francescani Alcantarini di Santa Maria di Loreto, da cui venne respinto, forse per la giovane età. Tuttavia, non si perse d’animo, venendo ammesso al noviziato nel 1564. L’anno successivo, emise la solenne professione come «fratello laico» non sentendosi degno del sacerdozio. Nel 1576 il ministro provinciale gli affidò il compito, estremamente pericoloso, di portare documenti importanti a Parigi, rischiando di essere ucciso dai calvinisti. L’impegno venne comunque assolto in modo proficuo. Tutta la sua vita fu caratterizzata da un profondo amore per l’Eucaristia che gli valse il titolo di «teologo dell’Eucaristia». Fu anche autore di un libro sulla reale presenza di Cristo nel pane e nel vino. Morì nel convento di Villa Real, presso Valencia il 17 maggio 1592, Domenica di Pentecoste.

San Gioacchino, padre della B. Vergine Maria

Gioacchino  e Anna sono i genitori della Vergine Maria. Gioacchino è un pastore e abita a Gerusalemme, anziano sacerdote è sposato con Anna. I due non avevano figli ed erano una coppia avanti con gli anni. Un giorno mentre Gioacchino è al lavoro nei campi, gli appare un angelo, per annunciargli la nascita di un figlio ed anche Anna ha la stessa visione. Chiamano la loro bambina Maria, che vuol dire «amata da Dio». Gioacchino porta di nuovo al tempio i suoi doni: insieme con la bimba dieci agnelli, dodici vitelli e cento capretti senza macchia. Più tardi Maria è condotta al tempio per essere educata secondo la legge di Mosè.

beato Arcangelo Canetoli (?)

Arcangelo Canetoli, nato a Bologna nel 1460, subì le amare vicissitudini della rivalità fra i Canetoli e i Bentivoglio. Ancora fanciullo sopravvisse provvidenzialmente allo sterminio dell’intera famiglia. Da giovane entrò fra i Canonici Regolari di Santa Maria di Reno, detti “renani”. Per l’estrema umiltà e l’amore alla solitudine ricusò a lungo ogni dignità ecclesiastica e solo per obbedienza accettò l’ordinazione presbiterale. Dal 1498 dimorò nel convento di sant’Ambrogio di Gubbio, amato e venerato dagli umili e dai potenti, fra cui gli Acquisti di Arezzo e i Medici di Firenze. Rifiutò con costanza la nomina ad arcivescovo della Città Medicea propostagli da papa Leone X. Morì il 16 aprile 1513 e il corpo incorrotto è tuttora venerato nel suo monastero di Gubbio.

beata Maria Rosa di Gesù (Bruna Pellesi)

Bruna Pellesi nacque a Morano di Prignano (MO) l’11 novembre 1917 ultima di nove fratelli. A ventitré anni Bruna lasciò il lavoro nei campi e il servizio a sei nipotini rimasti orfani e partì per Rimini con l’intenzione di consacrarsi al Signore. Dopo aver trascorso a Rimini il postulandato e il noviziato il 24 settembre 1941 vestì l’abito delle Suore Terziarie Francescane di S. Onofrio, chiamate in seguito, su sua proposta, Francescane Missionarie di Cristo. Dopo aver servito per qualche anno i bambini dell’asilo a Sassuolo e a Ferrara Suor Maria Rosa si ammalò e fu costretta ad entrare in sanatorio (1945) a causa di una grave forma di tubercolosi polmonare. Fu l’inizio di un lungo calvario che si concluse solo con la sua morte che avvenne a Sassuolo il 1° dicembre 1972. L’opera apostolica di suor Maria Rosa risplendette soprattutto in questi anni di malattia, tempo in cui consolò e servì tanti che condividevano la sua stessa situazione. Ora riposa nel cimitero di Sassuolo in attesa di raggiungere la Casa Madre di Rimini che tanto amava. La Chiesa, riconoscendo che suor Maria Rosa davvero ha saputo trasformare il dolore in amore, l’ha beatificata il 29 aprile 2007.

beata Maria Elisabetta Renzi

Elisabetta Renzi nasce a Saludecio (RN) il 19 novembre 1786 da famiglia benestante: il padre Giambattista Renzi è perito estimatore, la madre Vittoria Boni proviene da una famiglia nobile di Urbino. Nel 179I la famiglia si trasferisce a Mondaino (RN). Secondo l’usanza del tempo, fanciulla viene affidata alle monache Clarisse perché riceva un’adeguata formazione umana e cristiana. All’età di 21 anni chiede di entrare nel Monastero delle Agostiniane di Pietrarubbia (PU). Nel 1810 Napoleone sopprime il Monastero, Elisabetta, suo malgrado, deve tornare in famiglia. Trascorre quattordici anni di ricerca, di travaglio interiore. Un giorno, mentre sta cavalcando viene sbalzata via dal cavallo imbizzarrito. Si rialza incolume ed interpreta questa caduta come il segno di una chiamata di Dio. Si consiglia con il suo direttore spirituale don Vitale Corbucci che la rassicura indicandole Coriano (RN) dove funziona un “Conservatorio”, una scuola per le ragazze più povere. Elisabetta arriva a Coriano il 29 aprile 1824 e nel 1839 fonda la Congregazione delle Maestre Pie dell’Addolorata. Morì il 14 agosto 1859. Fu beatificata da Papa Giovanni Paolo II nel 1989.

Nostra Signora del Rosario
di Fatima

Il 13 maggio si celebrano le apparizioni della Vergine Maria a Fatima, in Portogallo nel 1917. A tre pastorelli, Lucia de Jesus, Francesco e Giacinta Marto, apparve per sei volte la Madonna: lasciò loro un messaggio per tutta l’umanità, centrato soprattutto sulla penitenza e sulla devozione al suo Cuore Immacolato. Il 13 ottobre 1930 il vescovo di Leiria dichiarò degne di fede le visioni dei tre bambini, autorizzando il culto alla Madonna di Fatima, come Madre clementissima secondo la grazia, sempre sollecita per le difficoltà degli uomini. Sul luogo delle apparizioni è sorto un santuario, che comprende la Basilica di Nostra Signora del Rosario di Fatima, dove sono venerati i resti mortali dei tre veggenti e richiama folle di fedeli alla preghiera per i peccatori e all’intima conversione dei cuori.

San Martino,
vescovo di Tours

 San Martino supplica Dio per un fanciullo morto

SAN MARTINO nasce in Pannonia (oggi in Ungheria) a Sabaria, da pagani. Viene istruito sulla dottrina cristiana ma non viene battezzato. Figlio di un ufficiale dell’esercito romano, si arruola a sua volta, giovanissimo, nella cavalleria imperiale, prestando poi servizio in Gallia. quando era ancora catecumeno coprì con il suo mantello Cristo stesso celato nelle sembianze di un povero. Lasciato l’esercito nel 356, ricevuto il battesimo, condusse presso Ligugé vita monastica in un cenobio da lui stesso fondato, sotto la guida di sant’Ilario di Poitiers. Ordinato infine sacerdote ed eletto vescovo di Tours, manifestò in sé il modello del buon pastore, fondando altri monasteri e parrocchie nei villaggi, istruendo e riconciliando il clero ed evangelizzando i contadini, finché a Candes nel 397 fece ritorno al Signore

Santa Rita
da Cascia

Santa Rita nacque a Roccaporena (Cascia) verso il 1380. Secondo la tradizione era figlia unica e fin dall’adolescenza desiderò consacrarsi a Dio ma, per le insistenze dei genitori, fu data in sposa ad un giovane di buona volontà ma di carattere violento. Sopportò con pazienza i suoi maltrattamenti, riconciliandolo infine con Dio. Dopo l’assassinio del marito e la morte dei due figli, ebbe molto a soffrire per l’odio dei parenti che, con fortezza cristiana, riuscì a riappacificare. Vedova e sola, in pace con tutti, fu accolta nel monastero agostiniano di santa Maria Maddalena in Cascia. Visse per quarant’anni anni nell’umiltà e nella carità, nella preghiera e nella penitenza. Negli ultimi quindici anni della sua vita, portò sulla fronte il segno della sua profonda unione con Gesù crocifisso. Morì il 22 maggio 1457.

( quadro nella cappellina ) Cristo tra i santi Giovanni evangelista e San Rocco

San Rocco

Le fonti su SAN ROCCO sono poco precise e rese più oscure dalla leggenda. In pellegrinaggio diretto a Roma dopo aver donato tutti sui beni ai poveri, si sarebbe fermato a ad Acquapendente, dedicandosi all’assistenza degli ammalati di peste e facendo guarigioni miracolose che diffusero la sua fama. Peregrinando per l’Italia centrale si dedicò ad opere di carità e di assistenza promuovendo continue conversioni. Sarebbe morto in prigione, dopo essere stato arrestato presso Angera da alcuni soldati perché sospettato di spionaggio.